Villa Bucci, il fascino del Verdicchio

di

Questo è uno di quei casi dinanzi ai quali non resta che inchinarsi. Poiché non si tratta soltanto di un vino perfetto, elegante, unico, che non teme confronti con i migliori bianchi fermi al mondo. No, c’è molto di più. Questa è la storia stessa del Verdicchio. Bastano due parole a definirlo, due parole che hanno la solennità di certi monumenti, dinanzi ai quali ti avvicini con un senso di riverenza. Le parole sono: Villa Bucci.

L’azienda si trova a Pongelli, lungo l’arceviese, nella valle del Misa, e proprio nei terreni acquistati nel 1933 dalla famiglia Bucci al duca di Montevecchio si trovano anche i resti archeologici dell’antica città romana di Ostra Vetere.

Quando visitai la prima volta la cantina, ricordo, era estate. Un annuncio di tramonto illuminava il tenue vermiglio della villa. Fu allora che appresi come la passione di Ampelio Bucci per i vini sia iniziata in Francia, mentre le prime sperimentazioni col Verdicchio risalgono alla fine degli anni ’70 insieme all’enologo Giorgio Grai.

«All’epoca in paese si diceva che a Pongelli c’erano due matti che volevano invecchiare il Verdicchio…» racconta l’agronomo nonché direttore dell’azienda Gabriele Tanfani, un uomo immediatamente cordiale, di grande competenza che pure non rinuncia alla saggezza popolare. È stato lui a introdurmi per primo in questo tempio del Verdicchio. La sala di degustazione, unica nel suo genere, si trova nella vecchia osteria di fine ’700; a fianco c’è un vero e proprio museo della vita mezzadrile, con gioghi, setacci e attrezzi da falegname. Le vigne più vecchie risalgono al 1962, mentre la cantina è stata costruita negli anni ’30 intorno alle grandi botti in rovere di Slavonia che non cedono profumi e sapori, e sono utilizzate esclusivamente per la microssigenazione dei vini.

È questo dunque il segreto per fare un Verdicchio così francese?

«Il lavoro inizia in vigna con la selezione delle viti – mi spiega allora Ampelio Bucci – poi nelle botti il vino si arrotonda, sprigionando le sue morbidezze meravigliose. Soprattutto in cantina avviene l’assemblaggio».

Allora è questo il segreto che ricorda la souplesse di certi vini della Bourgogne? «Siamo ancora molto lontani dai vini francesi in realtà, ma certo le caratteristiche di cui lei parla – prosegue Bucci – derivano da elementi materiali, come la quantità di calcare attivo del terreno che dà mineralità e solidità al vino, e da elementi immateriali, che sono poi la cura, l’attenzione, la passione… Il nostro è un lavoro artigianale».

Di sicuro Ampelio Bucci ha tracciato una nuova strada per un vino che solo pochi decenni fa era conosciuto unicamente per la versione a basso prezzo delle bottiglie ad anfora. È stato lui a cambiarne il destino e in qualche modo a consentire quella qualità ormai diffusa e universalmente riconosciuta che lo ha reso, ormai da diversi anni consecutivi, il vino bianco fermo più premiato d’Italia.

Inizio a degustare il sontuoso Riserva Villa Bucci: un Verdicchio quanto a personalità e carattere, ma dall’allure tutta francese per eleganza, raffinatezza, nitidezza aromatica, persistenza.

E dinanzi al garbo, la passione e la cultura di Ampelio Bucci, comprendo che ora è la storia di questo vino a farmi visita, e probabilmente devo solo coglierne il senso. In effetti per i Greci il vino nel simposio consentiva allo spirito di varcare i confini per pervenire alla conoscenza ispirata dal mistero delle cose.

Proprio come accade ora con questo stupefacente Villa Bucci, che ha in sé la suggestione della Francia, ma poi torna misteriosamente qui, a raccontare il fascino intatto di una memoria territoriale: la villa rosso vermiglio, la vecchia osteria di Pongelli, l’antica città romana, la poesia di un tramonto.

 

0 Commenti

Lascia un commento