Stereotipi cinematografici

di

(Fonte immagine)

 

Molto si è detto a proposito di una certa opacità della fisionomia delle Marche storicamente legata alla mancanza di un’identità forte; se ne trova un riflesso anche nella letteratura e nell’immaginario cinematografico, con caratterizzazioni sovente sfumate e, talvolta, decisamente macchiettistiche quando orientate a cogliere semplicioneria o gregaria subalternità provinciale.

Diversi sono i film girati nelle Marche o contenenti riferimenti, stereotipati o meno, alla regione o alla “marchigianità”: penso ad esempio a “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi, ma anche “Una giornata particolare”, “La famiglia” e “Riusciranno i nostri eroi?” di Ettore Scola. In altri affiora piuttosto una città fotogenica e localizzata, come ad esempio Ancona in “Ossessione” di Luchino Visconti, laddove il porto della Dorica, il quartiere Guasco, via Astagno, il duomo e la Fiera di San Ciriaco costituiscono lo sfondo realistico di un’opera destinata ad avere un’influenza eccezionale in tutto il cinema italiano del dopoguerra. In questo film, Ancona diviene emblema della provincia italiana, descritta in una dimensione popolare, senza gli orpelli o i manierismi del cinema di regime, ma con una rilevanza espressiva inconsueta, “neorealistica” appunto. Indimenticabile la scena in cui Massimo Girotti (peraltro originario di Mogliano, nel maceratese) ed Elio Marcuzzo siedono sul muro del piazzale antistante la cattedrale di San Ciriaco: una ripresa che sontuosamente farà entrare Ancona nell’iconografia cinematografica italiana.

La stessa Ancona che diviene invece sinonimo di anonimato e fisionomia opaca in “La stanza del figlio” di Nanni Moretti: sembra quasi che i saliscendi del capoluogo dorico, schiacciati fra mare e montagna, rimandino all’atmosfera claustrofobica del dolore, all’idea di uno spazio chiuso e compresso, ma pronto allo stesso tempo a slanciarsi, come nel liberatorio viaggio finale. Poi c’è la provincia intesa come orizzonte immutabile, ansia di fuga, ma anche volontà di cambiamento, come ne “I Delfini” di Francesco Maselli: in una cittadina di provincia (Ascoli) i figli della ricca borghesia industriale trascorrono oziosamente le loro giornate tra mediocrità, noia e futili divertimenti. Della provincia emergono gli aspetti negativi, come l’isolamento culturale e la modestia degli avvenimenti (“La gente è puntuale al passeggio della domenica e tutto va avanti come deve andare”) e la ristrettezza di vedute (“Il pernod è solo un po’ più forte dell’anisetta… Ci si sono ammazzati solo un po’ più di pittori francesi”).

Stessa città e in parte stessi luoghi – il Caffè Meletti e piazza del Popolo ad Ascoli Piceno – ma umori e toni del tutto diversi, in “Alfredo, Alfredo” di Pietro Germi, e “Il grande Blek” di Giuseppe Piccioni: in quest’ultimo caso, è la storia di un gruppo di ragazzi che vivono la delicata fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta durante il ’68. La scelta di girarlo tra Ascoli e San Benedetto, spiega Piccioni, derivava proprio “dall’esigenza di ambientare il film in una città poco conosciuta, ma che potesse essere emblematica della provincia italiana”.

Delle Marche il cinema ha ripreso anche i centri costieri – soprattutto il mare d’inverno, come accade per “La prima notte di quiete” di Valerio Zurlini – visti con la coda dell’occhio dal finestrino del treno, come unica città adriatica diffusa.

Infine, la scoperta del paesaggio collinare, come ad esempio “Un’anima divisa in due” di Silvio Soldini.

Ed è proprio su questo aspetto che forse vale la pena continuare a ragionare. Poiché a proposito di provincia – e ben al di là di quel provincialismo e dalla fisionomia sfocata descritta dalla Commedia all’italiana – ci sono energie, provinciali per provenienza ma non per visione, che hanno saputo crescere e fare scuola. Si pensi alla vitalità dell’Italia delle colline nel notevole rinnovamento qualitativo del vino e nella sprovincializzazione della ristorazione in grado di interpretare le vocazioni locali, che hanno riqualificato territori e ridisegnato paesaggi a partire da metà anni Ottanta.

0 Commenti

Lascia un commento