Lo chef usurato e la necessità di un outing

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La «second life» dello Chef, che gli oscura la vita e impedisce di vedere le stelle, anche quelle conquistate con anni di fatica bestiale, l’oscura necessità che preme, circuisce e attanaglia e costringe i geni creatori del contemporaneo mangereccio ad essere non perfettibili ma perfetti, è ormai un oscuro male.

Nessuno sa, per esempio, perché mesi fa Benoit Violier abbia deciso di scendere, in modo così tragico e inaspettato, da quell’Olimpo dove ammiratori e critici di tutto il mondo lo avevano spedito. Il miglior Chef del mondo a giudizio non solo di Gault & Millau (all’Hotel de Ville de Crissier, Losanna, i suoi piatti «magistrali, sottili, potenti, degni dei classici: gusto immutabile, unico» come recitano oggi gli inutili epitaffi). Nessuno è interessato a sapere se sia stata, come dicono, una truffa perpetrata a lui a sua insaputa o una più lontana tristezza. Sappiamo però che stare sempre in copertina, costretto al dovere di apparire ed essere migliore di tutti, ha terminato per sempre la sua storia d’inventore.

La pagina chiusa con Violier non ci ha riservato outing, gli ormai necessari outing di un popolo stressato, quello degli Chef. Da Bernard Loiseau, che si sparò in bocca con un fucile da caccia sembra dopo che gli era stata comunicata la perdita di due stelle Michelin, a Pierre Jaubert, fino ai meno noti, è stata una carneficina. Inaugurato ai tempi di Luigi XIV quando il cuoco di corte Francois Vatel rinunciò alla vita per un ritardo delle consegne di pesce in occasione di un banchetto, lo stillicidio è continuato senza sosta, nei secoli dei secoli.

È solitudine dettata dall’inevitabile maniacalità. Sempre costretti a essere i primi, i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene. Loro, gli eletti, «condannati» a una vita in cui profumi e quantità devono essere miscelati talmente bene da poter essere, questi capolavori, riproposti ogni volta, ogni giorno, ogni minuto, in nome della teoria che formulò Walter Benjamin sulla riproducibilità dell’opera d’arte.

Ma non sono solo quelli arrivati all’empireo e osannati da tutti a cadere in questa «second life»: la questione appartiene, forse, a tutti i cuochi del mondo, dal più nascosto a colui che si è conquistato i riflettori del circuito, come nel caso di Olivier Roellinger, che decise di buttare via le stelle Michelin – perché non brillavano più, in fondo a mente e cuore – o di Marc Veyrat, che non li ha voluti quei riconoscimenti perché, disse, era la salute che stava andandosene.

Quell’insopprimibile tarlo dello stress, del condizionamento dovuto ai risultati, può succedere anche altrove. Ma è la cucina a rendere immortale e irrisolvibile questa tensione. È il circuito mediatico che si è allargato troppo. È la timidezza e l’incontinenza dello Chef, che vede starnazzato il proprio mestiere, ridotto a premi e stelle. È essere messi, vergini sacrificali, in pasto al tritacarne della perfezione. È la fine, talvolta, di chi non ha voluto confessarsi con la normalità.

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