L’altro volto della speranza

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A pochi passi dal cinema da cui ero appena uscito dopo aver visto l’ultimo film dell’amato Kaurismaki vedo un anziano fermo davanti a un manifesto – di cui non conosco ancora il contenuto – mentre borbotta e ride con sarcasmo. Arrivato all’altezza dell’uomo, che nel frattempo sta leggendo e ripetendo a voce alta «da 333 € implantologia… che generosità!», posso vedere l’immagine che reclamizza l’offerta: un anziano sui generis, tra Sean Connery di qualche anno fa e Don Backy, sorridente e spensierato come di regola nel mondo parallelo delle réclame assicurative, odontoiatriche, oftalmiche.

Nel film di Kaurismaki, dal quale l’anziano in carne e ossa poteva benissimo essere uscito come in un film di Woody Allen, gli anziani hanno volti di anziani, possono indossare abiti anonimi come un completo grigio, camicia bianca e cravatta banale, specie quando hanno un colloquio di lavoro (l’ennesimo colloquio di lavoro) oppure possono avere capelli bianchi lunghi e indossare jeans stretti ma, in questo caso, è perché hanno la stessa età del rock and roll e più che apparire giovani la mise ne certifica l’appartenenza a un’epoca, un’altra epoca.

 

Anche se gli ingredienti dei film di Kaurismaki cambiano di poco da un film all’altro è difficile che resti deluso, se non altro perché ogni volta c’è una lezione di sguardo che tutti possono o potrebbero capire, una lezione non ampollosa o cerebrale ma proprio come potrebbe impartirla uno dei massimi maestri del cinema, Buster Keaton.

Magari un Buster Keaton che avesse anche frequentato Bertolt Brecht.

Stavolta, ad esempio, all’inizio c’è già una storia compiuta nella prima sequenza, e senza che nessuno dica una parola: un lui posa silenziosamente le chiavi di casa sul tavolo ed esce mentre una lei è seduta davanti allo stesso tavolo con un bicchiere di vodka davanti a sé.

Alla consueta, impagabile laconicità che riesce a tenere insieme il tragico e il comico della vita, si accompagnano dei rock datati o canzoni piuttosto incredibili, come uno di quei tanghi finlandesi amati da Aki in cui si parla di sorbi selvatici e di ali per lasciare questa terra grigia e fredda. I nazisti sono i nazisti di sempre, e chiamano ebreuccio anche il profugo siriano che hanno appena accoltellato.

 

Come in Nuvole in viaggio c’è un ristorante che è un microcosmo sociale formidabile, oltre che un’opportunità di lavoro rincorsa attraverso una girandola di specializzazioni abbracciate e presto abbandonate: inizialmente si punta sulla cucina fusion, ma attraverso l’offerta minimale di polpette della casa oppure aringhe e patate, poi si passa al sushi e infine alla mecca del gourmet.

Kati Autinen, attrice presente in quasi tutti i film di Kaurismaki, stavolta ha un breve cameo nel quale approva la decisione di aprire un ristorante: le persone bevono quando le cose vanno male, e bevono ancora di più se cominciano ad andare bene.

C’è poco da fare, i film di Kaurismaki hanno qualcosa in più anche se sembrano dire meno: sull’Europa (e il mondo) di oggi, sugli individui e le comunità, sugli amori. Forse è proprio perché dicono meno, ma sanno essere sempre in ascolto.

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