La sorpresa di un incontro

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A fare la differenza è la sua personalità strabordante, che a un primo impatto sembra perfino disorientarti. Poiché lui è così: ti sorprende sempre.

Ricordo la prima volta che conobbi Stefano Antonucci. Ancora era estate, faceva caldo. La luce dilagava sui vigneti e i campi coltivati intorno alla provinciale arceviese che conduce a Barbara, questo paesino fondato dai Longobardi nel VI secolo.

D’altronde la vite è figlia del caldo, avevo pensato. Lo stesso calore con cui mi aveva accolto Stefano, nonostante il mio ritardo di un’ora e venti: la medesima esaltazione, vitalità e ardore che sono poi le caratteristiche del suo vino.

Subito mi aveva mostrato la splendida bottaia ricavata nei sotterranei di un antico monastero del 1600, la sala degustazione e lì, alle mie spalle, la riproduzione di un quadro di Santa Barbara, invocata nella tradizione popolare contro i fulmini, quasi a proteggere la vitalità «esplosiva» di Stefano.

«Ero a cena con amici a Formentera», aveva esordito porgendomi un calice di SensuaDe, «quando mi è venuto in mente di produrre un rosé»: così è nato questo vino dai sentori di melograno e rosa, papavero e ciliegia. Un’esplosione di profumi che richiamano alla mente ricordi lontani, secondo una memoria olfattiva segretamente guidata dalle emozioni.

«Ogni vino crea un’emozione personale», aveva detto Stefano, cogliendo il mio stupore, «proprio come le donne, sebbene io sia probabilmente il maggiore critico dei mei vini». Poi aveva riso, e aveva aggiunto: «Forse per questo non mi sono mai sposato».

Dunque mi aveva proposto l’Animale Celeste, ma dovetti confessare di non amare particolarmente il Sauvignon. Senza tentare di convincermi, aveva subito stappato Le Vaglie e il Classico Superiore Stefano Antonucci, due espressioni di Verdicchio originalissime ma al contempo di grande eleganza che, superando una certa «spigolosità» tipica del vitigno, mi avevano conquistato al primo assaggio. Così come hanno conquistato il mercato: dal nord Europa al Giappone, dagli Stati Uniti all’Australia e alla Cina, l’azienda esporta in tutto il mondo grazie alla ricerca sui vitigni autoctoni (Verdicchio e Montepulciano) e a vini di grande originalità, capaci di incontrare il gusto internazionale.

A quel punto, ricordo, eravamo passati al rosso con il sontuoso Mossone, un merlot in purezza avvolgente e sensuale, che non a caso appena uscito ha subito fatto incetta di premi. In effetti c’è qualcosa di originalissimo e travolgente in quel vino di forte impatto, da sorseggiare lentamente, da cui traspare la passione e la personalità di Stefano, come se la vite abbia assorbito non solo il calore della terra, ma anche le intenzioni del produttore.

Sì, è così: è la personalità eclettica e carismatica di Stefano, uomo creativo, intelligente, passionale – attenzione: per certi versi anche molto timido – a contagiare i suoi vini.

«Ti ho conquistato, dunque?» aveva scherzato lui.

«A dire il vero a me piacciono i vini francesi» avevo risposto con malizia.

Come ferito nell’orgoglio, si era alzato dalla sedia e con impeto aveva preso una bottiglia di Tardivo ma non Tardo: spezie e frutta tropicale al naso, e al palato la potenza dell’anice, dei fiori secchi, della frutta e della mandorla. Dovevo ammetterlo, quel vino mi aveva lasciato senza fiato.

Oggi Stefano torna a stupirmi con il suo nuovissimo Bitter Le Vaglie, un bitter agricolo realizzato insieme a Baldo Baldinini proprio a partire dal Verdicchio Le Vaglie. Con un lavoro sartoriale Baldinini ha selezionato 30 botaniche e spezie dando vita a questo elisir esclusivo che avvolge il palato con la dolcezza, i profumi speziati, le note delicatamente agrumate e amaricanti.

Stefano Antonucci dice di preferirlo liscio, ma si può abbinare al whiskey, oppure a rum bianco e lime. Di sicuro, però, è impossibile tentare di svelarne il segreto: bisogna semplicemente lasciarsi conquistare. Proprio come avviene con Le Vaglie, questo Verdicchio incredibilmente sensuale che ti conquista al primo assaggio. Poiché dentro ogni bottiglia ci sono le colline assolate di Barbara, c’è la grazia della santa protettrice, e c’è la personalità timidamente strabordante del suo produttore, la passione, la cura, la ricerca, soprattutto l’eleganza e l’originalità di chi le mode probabilmente non le segue, ma le detta. Ecco, dentro ogni bottiglia c’è Stefano Antonucci. E lui, ti sorprende sempre.

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