Italian Sounding: la lotta alla contraffazione ha bisogno di tutti

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Non bastano più i regolamenti – tipo quello europeo sulla procedura di rintracciabilità – a fermare la contraffazione dei prodotti. C’è una realtà stucchevole appena fuori l’uscio delle nostre case che sta causando danni economici ingentissimi e in molti casi irreparabili ai nostri produttori. Il falso Made in Italy vale, con i suoi sessanta miliardi di euro, tre volte il nostro export e nessuno sembra voglia fermare queste imitazioni truffaldine: la battaglia contro l’Italian Sounding è diventata campale anche per il nostro Governo, poco tutelato in sede europea, e per le filiere dell’eccellenza alimentare di cui il Paese può ritenersi orgoglioso. La truffa che è perpetrata ai danni delle nostre aziende costa, secondo le stime della Coldiretti, oltre 300mila posti di lavoro in meno all’anno. Solo un prodotto su otto di quelli che girano per il mondo è realmente italiano. L’ultima trovata UE potrebbe essere quella di consentire la liberalizzazione sull’uso dei nomi dei vini, mettendo a rischio tutte quelle bottiglie italiane che prendono il nome dal vitigno e non dal luogo di produzione. Per esempio il Lambrusco – che non ha una località di riferimento che si chiama così – potrebbe diventare un vino prodotto anche all’estero, e nella stessa drammatica situazione potrebbero trovarsi vitigni storici del Bel Paese come il Primitivo, l’Aglianico, il Fiano, la Vernaccia, la Falanghina, il Brachetto, il Vermentino, la Barbera, il Teroldego, il Picolit. Immaginate l’impatto che una decisione del genere avrebbe sui conti di chi produce e sulle speranze di noi tutti che la nostra qualità sia tutelata non solo in ambito europeo ma in tutto il mondo. Proprio adesso che le esportazioni dei vini sono aumentate del 6 per cento per un totale di 5,4 miliardi di euro!

Sembrano diritti elementari per i nostri straordinari vini (ricordiamo che 332 vini pari al 45 per cento della produzione sono Doc, aggiunti ai 73 Docg, 118 d’Indicazione Geografica Tipica pari al 30 per cento del totale, il che significa che la quasi totalità delle nostre bottiglie hanno un controllo e una qualità superiori) ma non sembrano pensarlo così a Bruxelles, con la complicità magari di qualche funzionario o parlamentare italiano particolarmente desideroso di passerelle mediatiche. È successo anche nel caso dell’olio tunisino, che per quest’anno e il prossimo avrà il diritto di essere a dazio zero (sono 35mila tonnellate in più), ufficialmente per aiutare un Paese in difficoltà, nella realtà invece la concessione abbasserà ulteriormente i prezzi, costringendo molte aziende italiane a chiudere o quasi. Lo stesso dicasi per i pomodori marocchini, che importiamo in numero doppio, pur in presenza, dicono gli esperti, di pesticidi pericolosi per la salute che qua non si usano. Chi ci dice che questi prodotti non saranno venduti come italiani? È già successo e può accadere di nuovo: poche settimane fa ad Andria la truffa sull’olio extravergine (13 milioni di euro di business e duemila tonnellate di prodotto contraffatto e nocivo, perché di olio esausto già utilizzato dalla ristorazione si trattava per lo più) che ha portato a numerosi arresti ci ha svelato che erano alcuni degli stessi produttori, crediamo ormai avviliti e senza remore, a emettere le fatture false. Basti pensare che l’olio nostrano ha avuto in poco tempo una caduta di prezzi del 19 per cento. Come tutelare una qualità che ci sta sfuggendo sempre più di mano? Ormai i truffaldini, dopo aver usato e utilizzato simboli italiani, si sono raffinati, anche nella lingua e nel packaging sempre più studiato. Non è più solo questione del Cambozola, imitazione del Gorgonzola, del Pesto della Pennsylvania, del Pecorino fatto in Cina, del Parma Salami prodotto in Sudamerica, della Palenta e della Zottarella, del Parmesao (Brasile), Parmesan (Stati Uniti) o Regianito (Argentina) che dir si voglia, del Monticino, Prisecco e Barbarolo, storpiature fonetiche dei nostri grandi vini. Non vogliamo più leggere che si vendono kit su internet – il web è il vero porto franco della contraffazione e nessuno interviene – per produrre in casa «tutti» i formaggi italiani. È tempo di dichiarare guerra a chi imita ingannando – perché la tracciabilità, si voglia o no, è diventata di fatto un’asse portante della nostra salute, anche per i lenti burocrati europei – e, costi quel che costi, bisogna che a Bruxelles ascoltino. Non è più solo una faccenda di studi legali (solo il Consorzio del Lambrusco spende oltre 150mila euro all’anno per tutelare un suo diritto) né di inviti a «considerare la questione». Ne va dei nostri soldi e della salute, e questo ci sembra sia l’antitesi di ciò che dice e impone l’Unione Europea, che però non interviene. Su questa battaglia campale, Coldiretti e le altre associazioni di categoria sono state sempre vigili, tenendo alta l’attenzione e domandando come noi maggiori soluzioni, regole e pene. Un aiuto indispensabile alle aziende, già minacciate dalle agromafie, che valgono oggi oltre 15 miliardi di euro annui di business. Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nel sistema agroalimentare tengono monitorata la situazione e hanno pubblicato un Rapporto che fa impallidire. Le mafie controllano tutto: dalla produzione alla distribuzione alla vendita, gestiscono caporalato e sfruttamento del lavoro, trasporti, gestione dello stoccaggio, condizionano i mercati, imponendo anche modelli di consumo – acquistano peraltro anche marchi prestigiosi e li fanno loro –, si prendono l’intera filiera attraverso intrecci societari o addirittura orientando le attività di ricerca scientifica. Drogano il mercato, non fanno solo concorrenza sleale, solo loro sono proprietari di fatto del motto «da produttori a consumatori»! E il risultato è che le materie prime non sono più controllate. I rischi – lo sappiamo ahinoi, ma sembra che l’Italia si sia spenta al primo soffio come una candelina di compleanno – sono enormi anche e soprattutto per i nostri figli. Se questi mafiosi possono fare tutto ciò è perché i nostri amministratori glielo lasciano fare. Alcuni. O molti.

Non sappiamo più quanti sono, anche se conosciamo bene le connivenze di questi delinquenti con la criminalità. Le aziende italiane, che creano eccellenze alimentari ogni giorno e sfidano ogni burocrazia, non si meritano questo né anni così tristi.

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