Food experience e la civiltà dell’imitazione

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Negli ultimi mesi sono stati pubblicati una serie di libri che, da diverse angolazioni, riflettono sul fenomeno della spettacolarizzazione del cibo e sull’effetto di saturazione che ne deriva. “Gastromania”, titolo del libro di Gianfranco Marrone, è diventato quasi immediatamente un’espressione comune per entrare in argomento, mentre “Non c’è gusto” di Gianni Mura, godibile e competente ricognizione attorno alla ristorazione, alle sue virtù e ai suoi vizi (e vezzi), è soprattutto un salutare invito ai lettori/consumatori a fidarsi del proprio gusto (e a costruirselo, nel caso) più che del gusto degli altri, guide comprese. Entrambi evocano lo spirito del convivio, della tavola come incontro quale antidoto alle ossessioni della food experience. Food experience che è protagonista de “La repubblica dei cuochi”, nel quale l’autrice, Guia Soncini, non risparmia nessuno – o quasi – dei protagonisti del cibo-spettacolo, con particolare accento e salutare, feroce ironia sulle liturgie che accompagnano la sosta in un ristorante stellato, sulla spettacolarizzazione televisiva, sulla stratificazione snobistica in relazione ai ristoranti frequentati e alla sacralità riconosciuta a questa o quella tribù gastronomica. Una babilonia di narrazioni che trova un pendant nell’invettiva che fa Franco La Cecla in apertura del suo “Babel Food”, salvando quasi solo Slow Food dal dilagante spettacolo della cucina petulante, come viene definita, e dalla pervasività dello show cooking.

Pensando a questi titoli, che mi sembrano i migliori nella riflessione sul circo della gola, e tralasciando qui di soffermarmi per ovvie ragioni contestuali e di spazio su libri che, da altre angolazioni, offrono motivi di grande interesse (penso a “Cibo e libertà” di Carlo Petrini, a “Fine pasto” di Vito Teti, a “Il gusto come esperienza” di Nicola Perullo, tra gli altri), mi pare confortante che i segnali di diversità, critica culturale, controtendenza siano comunque ben vitali in un settore editoriale che, nel 2015 (anno di Expo), ha visto arrivare in libreria, secondo un calcolo effettuato dal festival annuale Food and Book di Montecatini, almeno 566 libri classificabili nell’ambito del food, dai saggi alla ricettistica. Da parte sua, la Fondazione Qualiovita di Siena ha elaborato dati Nielsen e Nomisma e individuato 70 trasmissioni televisive, 110 testate e addirittura 25.000 blog nel campo enogastronomia e dintorni. A me pare che l’aspetto più stucchevole del fenomeno (della sua dimensione spettacolare, non certo dell’interesse per la gastronomia e per le potenzialità ancora attive in termini di opportunità di lavoro) sia nella tendenza – paradossale, a ben vedere – a occultare il carattere “necessario”, quotidiano e nutritivo, dunque sociale del cibo inseguendo i paradigmi che governano il sistema della moda e delle griffe, le logiche della rappresentazione e degli status symbol, sottraendo alimentazione e gastronomia a una dimensione ordinaria, vitale e culturalmente complessa. Paradossale perché proprio quando la cultura materiale, grazie a Slow Food (permettetemi di dirlo) e a tante altre figure, associazioni, testate, ha acquisito una dignità in precedenza negata, sembra perderla di nuovo in favore dei simulacri e delle rappresentazioni del buono e del bello.

C’è un’immagine che trovo geniale, introdotta oltre mezzo secolo fa da Roland Barthes nel suo celebre “Miti d’oggi”, che coglie con largo anticipo il fenomeno ora straripato soprattutto in Italia: è l’immagine del Vagone ristorante della compagnia Cook nel quale il viaggiatore più che un pasto consumerà una filosofia di vita, ovvero “tutto ciò che, per sua stessa natura, viene reso difficoltoso dal viaggio stesso. Il primo scopo è quello di purificare il pasto da ogni finalità propriamente nutritiva, di mascherare mediante un accurato cerimoniale la contingenza stessa del pasto, che è semplicemente nutrirsi in treno. Ogni costrizione sembra produrre la libertà a lei diametralmente opposta, ogni gesto è una smentita dei suoi limiti originari. Per esempio: poco spazio genera molta biancheria, tutto uno spreco di tovaglie e tovaglioli, diverse posate, come se non mancassero né lo spazio né il tempo per metterle a posto e lavarle”.

Ogni cosa, dice Barthes, tende a superare teatralmente la propria semplice natura di utensile, e a ricordarci che siamo ancora una civiltà dell’imitazione.

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