Dunque il vigore, dunque la natura

di

Non è facile riassumere la complessità del mondo enologico marchigiano, là dove il vino «è il più certo, e (senza paragone) il più efficace consolatore. Dunque il vigore; dunque la natura», per dirla col Leopardi dello Zibaldone. Una complessità che vanta oggi un’eccellenza diffusa e una decisa impronta personale, a partire dalle caratteristiche del terroir e dal rigoroso rispetto per l’ambiente, in una concezione armonica dell’intero ciclo produttivo.

Ecco perché la visita alle cantine in questa regione è un modo per scoprire vini singolari e apprezzare l’accoglienza di vignaioli autentici, in una terra di fatto particolarmente congeniale a un petit tour enologico.

Poiché queste infine sono le Marche, una regione in cui la conoscenza avviene nell’incontro.

Tenendo però presente che qui, talvolta, “sbagliare strada” può riservare sorprese inattese.

Ecco dunque le caratteristiche: ben venti denominazioni (cinque Docg), tra le quali domina il Verdicchio, il più premiato dalle guide di settore e il più esportato al mondo. Una complessità enologica che non ha nulla a che fare con quella schiera di riti, miti e reverenze spesso insopportabili che ormai contraddistinguono il mondo del vino. Le doc delle Marche sono piuttosto il frutto di una lunga sperimentazione vòlta alla qualità, capace di sfuggire alle lusinghe di mode effimere, per legare il vino al territorio di provenienza.

Dalla freschezza del Bianchello e il bouquet del Pergola nella zona di Pesaro, alla complessità del Rosso Conero, questo Montepulciano “sbagliato” perché prodotto in riva al mare sui terreni calcarei argillosi che caratterizzano il promontorio del Conero, passando per l’aromaticità del Ribona nel maceratese, la profondità espressiva della Vernaccia di Serrapetrona, il profumo di viola e rosa del Lacrima di Morro d’Alba, fino ad arrivare nell’ascolano all’intensità e agli aromi vanigliati del Rosso Piceno, le sfumature di mela renetta del Pecorino, i sentori fruttati del Passerina.

Tante le suggestioni di una regione che in effetti, già a partire dal nome, è sinonimo di molteplicità in ogni sua espressione.

Un discorso a parte merita però il Verdicchio, vino principe di questa terra, per tre anni consecutivi il bianco fermo più premiato d’Italia, salito agli onori delle cronache vinicole internazionali già nel 1999 con il White Wine Trophy, ovvero primo vino bianco fermo al mondo, per il maestoso Balciana di Sartarelli.

Ma il maestro di tutti è Ampelio Bucci, l’uomo che nei primi anni ’80 ha saputo rilanciare il vitigno grazie soprattutto a una lunga sperimentazione condotta insieme all’enologo Giorgio Grai. Così è nato il Riserva “Villa Bucci”, vino sontuoso e impeccabile che ha il carattere e la personalità tipiche del Verdicchio, ma una allure tutta francese quanto a eleganza, raffinatezza, nitidezza aromatica.

Sensualità ed estro caratterizzano poi i vini dell’azienda Santa Barbara di Stefano Antonucci, che negli ultimi mesi hanno fatto incetta di premi, confermando la genialità di questo personaggio che ha saputo conquistare il mercato mondiale grazie a vini impeccabili dal punto di vista qualitativo, ma originalissimi e suadenti sotto il profilo organolettico.

Verdicchio anche nella versione di Matelica, questa Alta Valle dell’Esino che, a differenza delle altre vallate marchigiane, non gode della brezza del mare, e anzi sviluppa un clima continentale con forti escursioni termiche, che se da una lato rendono la coltivazione della vite ben più difficile, dall’altro garantiscono un esito sorprendente dal punto di vista qualitativo. Ne è un esempio l’austero, opulento, maestoso Mirum dell’azienda La Monacesca, peraltro il primo bianco delle Marche ad aver ottenuto i “Tre bicchieri” dalla guida Gambero Rosso/Slow Food. Il terreno di natura fossile ricco di elementi minerali garantisce acidità e sapidità a questo vino che ha tutto lo stile e l’eleganza del suo produttore Aldo Cifola.

Infine Verdicchio nella versione “vino da meditazione”, come il sontuoso Cimaio di Casalfarneto, Verdicchio in purezza ottenuto da uve botritizzate – per intenderci, la “muffa nobile” utilizzata dai francesi per i Sauternes – che dà sentori organolettici molto particolari, morbidi e vellutati, che richiamano il profumo del miele.

Spostandoci nel sud delle Marche, conserva intatto il fascino della memoria territoriale il Rosso Piceno, un vino dalle origini antichissime. Nel II secolo a.C. Polibio racconta di un vino rosso molto invecchiato nel territorio dei Piceni, apprezzato anche dalle truppe di Annibale: stanchi e malandati, i soldati in marcia verso Roma avrebbero infatti approfittato di una sosta in terra Picena per ritemprarsi con sontuose libagioni e massaggi a base di vino rosso.

Una storia che riecheggia nell’opulento Roggio del Filare, punta di diamante dell’azienda Velenosi: un vino profondo e persistente che ha il carattere, l’eleganza e la classe della sua produttrice Angela Velenosi, la quale coi suoi vini ha saputo raccontare il dinamismo, l’intraprendenza e la fantasia della terra dei Piceni.

Suggestioni, dunque, che richiamano “il piacere del vino” come lo intendeva Leopardi, che è “misto di corporale e di spirituale. Non è corporale semplicemente. Anzi consiste principalmente nello spirito”. E dunque è vigore, dunque è natura.

 

 

 

0 Commenti

Lascia un commento