Qualche libro ricevuto

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Di alcuni libri ricevuti negli ultimi mesi parlerò cercando un filo rosso, credo non artificioso, che ne rispetti diversità e specificità di linguaggio, tematica e riesca a coglierne almeno qualche elemento peculiare.

Del primo, dirò qualcosa servendomi di una fotografia qui riprodotta, nella quale vediamo tre uomini guardare l’obiettivo, rivelando un certo impaccio accentuato dalla posa che vorrebbe smentirlo e dagli abiti chiaramente festivi ma troppo grandi per ciascuno di loro, dalla sigaretta tra le labbra di uno di loro e dai bastoni da passeggio. È una foto celebre di August Sander scattata nel 1914 («Giovani contadini» la didascalia scelta), e altrettanto celebre è il testo che John Berger, di recente scomparso, ha scritto a proposito di questa foto che, a suo avviso, ben esemplifica il concetto gramsciano di egemonia culturale: nel tentativo di adeguarsi, di assumere tratti e comportamenti di una classe sociale alla quale non appartengono, i tre contadini rivelano la loro subalternità alla classe stessa.

Mi è tornata in mente la foto, e il saggio esemplare di Berger, leggendo il libro di Giuseppina Pieragostini, Il vanto e la gallanza, edito da Pentàgora, con il quale l’autrice, nata nel Piceno da famiglia mezzadrile, dopo gli studi a Roma e l’esperienza di lavoro nei Servizi di Salute Mentale in qualità di psicologa, sviluppa riflessioni complesse sulla vita di paese negli anni successivi al secondo dopoguerra, descrivendo nei dettagli momenti, oggetti, rituali e cadenze della vita quotidiana secondo capitoli tematici con un’attenzione particolare al dialetto quale linguaggio intimo oltre che sociale. Una sorta di lessico familiare contadino che mantiene – e rivendica – la specificità identitaria di una condizione sociale ben precisa, restituita dall’autrice con profondità di lettura antropologica oltre che linguistica (alle pagine narrative si alternano approfondimenti di carattere psicologico e antropologico, nonché dettagliate note lessicali). Il saggio, che è anche un affresco della vita mezzadrile – e certo non a caso riproduce in copertina un paesaggio marchigiano di Tullio Pericoli –, ha vinto il premio Parole di terra, nella sezione saggistica.

 

C’è sempre una precisa e accurata contestualizzazione storica e una distinzione delle specificità sociali anche nel secondo libro, che può essere considerato indicativo di una scrittura godibile, lineare e al tempo stesso scientificamente fondata, rispetto alle tante e ormai francamente troppe pubblicazioni che ruotano attorno alla gastronomia (o che ne cavalcano la voga). L’autore, Gennaro Avano, parla di meridione da meridionalista (e napoletano di nascita) che vive nelle Marche, è consigliere comunale a Montefiore e insegnante al liceo artistico di Fermo, in questo La minestra è maritata. Ritratto storico della gastronomia meridionale pubblicato da Effepi Libri. Nell’introduttivo quadro generale della gastronomia e del suo sviluppo nel corso dei secoli, che prelude all’analisi di quella dell’Italia meridionale, Avano ricorda come si possano rintracciare a partire dal 1100 le tre fasi della coesistenza di stili alimentari diversi, seguita dalla convivenza di tipologie e infine dalla fusione di diversi stili alimentari.

Il carattere sociale di pratiche e forme è ben definito, ad esempio, nell’analisi del simposio quale forma di temperanza e formazione civile mantenuta immutata per secoli, con successive declinazioni poetiche ed anche erotiche sopravvissute nelle città greco-italiche. Forma che fu tradotta a proprio modo dall’aristocrazia romana, riducendone gli aspetti liturgici e formativi e accentuandone quelli ludici. Sul piano delle pratiche di cucina l’elemento sociale è ben presente, nei secoli successivi, nella «silente elaborazione della gastronomia popolare che, nel momento in cui l’alta cucina cedette il passo a quella francese (…) si sostituì a essa costituendo progressivamente la fisionomia dell’attuale cucina italiana».

Il saggio, prima parte di un lavoro più complesso che si spera possa essere pubblicato nella sua interezza, è corredato da alcune ricette: dalla pasta con gli ortaggi alla scapece di pesce, al gattò e alla pastiera napoletana l’autore ripercorre i capisaldi di una delle più importanti tradizioni europee attraverso riferimenti bibliografici accurati e puntuale descrizione conclusiva delle ricette più indicative.

 

È nata a Saigon e vive in Canada, dove è emigrata all’età di dieci anni Kim Thùy, autrice di questo Nidi di rondine, pubblicato da nottetempo come pure Il mio Vietnam e il romanzo pluripremiato e tradotto in venti lingue La riva. Attraverso una serie di parole chiave (sentimenti, oggetti, espressioni) scelte per ciascun paragrafo (caucciù, salutare gli antenati, prato, pazienza, mangiare per strada e così via), la narrazione ripercorre le tre distinte fasi della vita della protagonista e delle tre madri che una dopo l’altra l’hanno partorita in Vietnam, raccolta in un orto come una piantina, e allevata. La successiva vita in Canada e il matrimonio con un ristoratore vietnamita rivelano una passione per la cucina che diventa una lingua personale per esprimere sentimenti e abituarsi a praticare, attraverso la cura per le cose, la cura di sé. In un’intervista Kim sottolinea questo aspetto ricordando come nella trasmissione culturale e sentimentale vietnamita il cibo sia un elemento decisivo: nel suo ricordo, i genitori non avevano l’abitudine di verbalizzare le emozioni, né tra loro né con i figli, per una sorta di ritegno che contraddistingue la cultura vietnamita, portata a conservare lo spazio interiore come luogo inaccessibile agli altri. Nelle relazioni, come in questo bel libro, l’emotività passa attraverso l’alimentazione e la cura per le preparazioni, che diventano una sorta di linguaggio degli affetti.

 

Al libro di Kim mi sembra opportuno o almeno plausibile collegare, sia pure nell’evidente differenza di scrittura e di progetto, La lunga notte di Adele in cucina di Livia Aymonino, pubblicato da Giunti, romanzo autobiografico che è anche un ritratto generazionale (baby boomers di seconda fascia d’età). Pieno di cose, oggetti simbolo, incontri e snodi cruciali per l’immaginario comune, il romanzo godibile e colorato ha come sottotitolo romanzo ricettario e viceversa, perché i ricordi e i momenti topici o semplicemente quotidiani dell’autrice, a New York come a Venezia, a Milano o a Sanremo, sono alternati o meglio integrati da ricette descritte con minuziosa cura dei particolari, dalle prime colazioni ai cocktail, dai primi e secondi piatti e a piatti unici. È evidente, e qui il parallelo con il libro di Kim Thùy può reggere, il carattere e il valore emotivo di queste ricette che non sono una specie di appendice o curiosità aggiuntiva ma un vero e proprio elemento narrativo e identificativo di stagioni, ambienti, stili di vita.

A mio ricordo il primo romanzo che, circa trent’anni fa, ha introdotto ricette quale elemento di memoria familiare, sociale, personale è stata Clara Sereni con Casalinghitudine, ma nel corso di questi anni sono state più d’una le occasioni di ritrovare il cibo nelle pagine di libri di narrativa (o al cinema come non accadeva prima, a teatro e persino in musica) con questa funzione evocativa e connotativa di stati emozionali, relazioni e microcosmi sociali.

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